| Pubblicato su: | Il Regno, anno I, fasc. 19, pp. 2-4 | ||
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| Data: | 3 aprile 1904 |

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I democratici cristiani non leggono probabilmente l'Imitazione di Cristo, ma praticano tutti i giorni, e con grande zelo, l'imitazione dei socialisti. Ormai son diventati uno dei luoghi comuni della cronaca italiana e fanno parte ufficialmente della teppa democratica, che scende in piazza, vocia e s'accapiglia. Si adunano in comizi, costituiscono sezioni, fanno delle tournèes di propaganda, sostengono scioperi, sbraitano contro le autorità, e richiamano sulle loro spalle l'attenzione vigorosa e concorde delle guardie di pubblica sicurezza e dei seguaci del libero pensiero.
Le loro riunioni si sciolgono coll'onore dei classici tre squilli e i loro congressi son rissosi e tumultuosi come quelli dei compagni collettivisti. Finalmente hanno degli uomini, dei leaders in vista e a Turati e a Ferri possono contrapporre, con un certo orgoglietto di rivalità bottegaia, il professor Toniolo e il prete Murri.
Sono entrati, dunque, nel gran serraglio della vita pubblica italiana in qualità di scimmie, e si direbbe che sostengano meravigliosamente la loro parte di bestiole leggere, divoratrici e schiamazzatrici. Essi vanno rodendo quello che c'era dì più saldo nel popolo non ancora impestato, il rispetto dell'autorità, del prete e del padrone, e vanno gridando per il rinnovamento, il risanamento, la modernità, la libertà e la giovinezza, intendendo male il Vangelo, comprendendo a metà il pensiero laico e non comprendendo affatto il cattolicismo. Sono, come ho eletto, delle scimmie, ma delle scimmie poco d'accordo con Carlo Darwin, poichè pensano di scendere piuttosto che di salire. Voi ricordate l'immagine del Nietzsche in sul principio di Zarathustra, quell'immagine che raffigura l'uomo come una corda tesa fra la scimmia e il superuomo. Ora, i democratici cristiani son sì delle scimmie ma non sono delle corde teso verso l'uomo. Piuttosto verso la formica. Infatti la democrazia cristiana, è una preparazione alla società collettivista, e questi
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sacerdoti giovincelli fanno largo, colle loro sottane, ai camiciotti dei socialisti rivoluzionari.
Don Murri, nelle pagine di quella sua Cultura Sociale ricalcata amorosamente, perfino nella forma, sulla Critica del Turati, ha dichiarato più volte che la democrazia cristiana difende la causa della giovinezza. Ora io avevo creduto finora che uno dei caratteri dei giovani fosse la sincerità, cioè quell'abitudine imprudente di affermare nettamente e crudamente le proprie idee, senza mezze misure e senza sfumature, senza tentativi di connubi o d'annacquamenti, senza timori di separazioni e di odi. Invece i nostri democratici cristiani, i quali ciarlano tanto contro l'ipocrisia della vecchia gerarchia cattolica e non hanno nessuna simpatia visibile per la Compagnia di Gesù, fondano tutta la loro opera sopra un insieme di conciliazioni, di compromessi, di mezzi termini, di adattamenti e d'ipocrisie, poco giovanili e nient'affatto nobili e degne.
In politica, per esempio, sostengono che le forme di governo volute dalla maggioranza sono legittime, fanno dei complimenti alle Regine e degli epitaffi pei Re, ricordano, probabilmente, che Cristo ordinò l'obbedienza e il tributo a Cesare, ma viceversa poi sono repubblicani nell'intimo del loro cuore e sognano ogni giorno la restaurazione delle repubblichette medioevali.
In religione non si stancano dal ripetere ch'essi sono dei buoni cattolici, attaccati alla Chiesa, rispettosi del Papa, ossequenti ai dogmi, ubbidienti alla gerarchia, servi fedeli della chiesa Cattolica Apostolica Romana, «con Roma e per Roma sempre», come dichiara il bollente Murri.
Ma ascoltateli parlare, leggete fra le righe, osservate le tendenze dei loro congressi, e vedrete chiaramente che sono, religiosamente parlando, degli scismatici. Mentre la Chiesa Romana è fondata sopra la gerarchia, essi mordono il freno e nella loro superbia di giovani si scagliano rabbiosamente contro i vescovi e i cardinali. Mentre la Chiesa Romana tiene alle tradizioni, ai dogmi, ai principii stabiliti, alle verità riconosciute, alle decisioni dei Dottori e dei Concili, essi vanno in cerca della scienza moderna, della coltura contemporanea, accettano il positivismo, hanno delle simpatie per il kantismo, ricercano una apologetica nuova nelle analisi pericolose del contingentismo, vogliono lo studio comparato delle religioni, l'esame storico e umano della Bibbia e nei loro libri religiosi mescolano impunemente San Tommaso con Arrigo Heine. La Chiesa sta per la fissità, per la verità eterna, per il dogma indiscusso, per il principio imperscrutabile, per la parola assoluta e loro vogliono portarci quel vento di modernità rivoltosa che sventra il dogma, dissecca il Vangelo, lacera i veli della fede, porta il mistero alla luce, e mena le anime o all'orgoglio risoluto del luciferismo intellettuale, oppure allo stanco nullismo dei laberinti della mistica.
Essi sono dunque completamente al difuori dello spirito cattolico il quale è essenzialmente diverso dallo spirito cristiano. Il cattolicismo è autorità, è dominazione, è organizzazione, è stabilità, rispetto e sicurezza; essi vogliono invece ribellione, rinnovamento e rivolgimento. Parlano in nome della cultura e della giovinezza, mentre la Chiesa apprezza assai più la fede e la tradizione.
Ma essi vogliono restare nominalmente nella Chiesa cattolica per quanto ne siano così lontani nello spirito, e ci vogliono restare per una ragione tutta pratica e mondana, cioè ch'essi perderebbero, quando fossero scacciati e reietti da Roma, quell'ascendente che hanno sul popolo, specie delle campagne, per il loro abito e il loro ministero di sacerdoti. Essi si giovano cioè, con un bell'esempio di tartuferia, di quell'autorità che la Chiesa dà loro rivestendoli delle insegne spirituali, per andare a scalzare quei principii coi quali la Chiesa stessa ha potuto acquistare possanza nel popolo. Si servono del potere della tradizione per spezzare la tradizione, e del rispetto a loro concesso per predicare l'irriverenza contro chi glie l'ha dato.
Essi possono colle parole protestare la loro affezione al Papato, e affermare la loro remissività ai superiori, ma tutta la loro mentalità è fondamentalmente non cattolica, tutto il loro temperamento è troppo laico e moderno, tutta la loro opera è troppo mondana e antichiesastica, perché si possa credere alle loro frasi. Perché non solo non son cattolici ma sono anche pochissimo religiosi. Mentre essi potrebbero avere il vanto di richiamare gli italiani alla meditazione del problema religioso, e portarli fuori da quel cerchio di indifferenza e d'ostilità nel quale vivono rispetto ai grandi misteri del mondo e dell'anima, essi hanno fatto pochissima vita religiosa e hanno dato scarsissimo esempio di religiosità. Essi fanno piuttosto l'effetto di politicanti fremebondì, di arruffapopoli concionatori, di organizzatori di scioperi, di propagandisti scamiciati, di gente che si vuol occupare delle cose di questo mondo e di questo paese, che aspira alla popolarità ed ai seggi dei consigli comunali, che desidera in segreto l'abolizione del non espedit e l'entrata al Parlamento, piuttosto che di uomini che sentono in sè un'intensa vita religiosa, un interesse profondo per le cose dello spirito e i pensamenti divini. Sono piuttosto dei demagoghi che dei monaci, degli uomini della folla che degli uomini d'Iddio, dei pescatori di potenza e di braccia piuttosto che dei pescatori di santità e di anime. Sono usciti fuori dalla religione, come son fuori dal Cattolicismo, e la politica ha fatto dimenticar loro insieme il Pontefice e Dio.
La loro azione è soprattutto pratica e si può sostenere magnificamente che la religione e sopratutto il cristianesimo non escludono la pratica, anche sociale. Già lo Chateaubriand mostrava, nella sua poetica apologia del cristianesimo, le istituzioni di beneficenza fra i titoli della religione di Cristo. Ma i democratici cristiani hanno intesa l'azione sociale in un senso completamente rivoluzionario.
Essi non hanno pensato a un'opera di stabilità sociale, a fortificare la classe dominatrice come aveva fatto il cattolicismo e ad attenuare la lotta di classe per mezzo della carità. Essi non sono stati degli artefici di sicurezza e degli apostoli di pietà. Hanno preferito di gettarsi nella lotta dalla parte opposta a quelli che sono in alto, hanno voluto darsi delle attitudini sataniche di ribelli e di liberatori.
Hanno fatto del demagogismo, hanno aizzato gli istinti plebei contro le classi che posseggono, hanno predicato nelle chiese contro le prepotenze capitalistiche come un qualsiasi cialtrone in una Camera di Lavoro, hanno portato alla battaglia gli operai contro i loro padroni, hanno organizzato i malcontenti e sguinzagliate le cupidigie dei miserabili.
E tra i fumi di una poetica generosità hanno sognato
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di essere i fattori della società prossima, i purificatori della terra, i salvatori dell'uman genere. Hanno avuto delle pose da arcangeli e delle frasi da profeti e sopra le corruzioni dell'eterna Babilonia hanno gettato il fiele della loro purità d'isterici straccioni. E per colorire religiosamente codesta loro opera disgregatrice e sovvertitrice, hanno falsato il Vangelo e stiracchiate le Encicliche papali. Hanno dimenticato il senso puramente oltraterrestre e spirituale che Cristo dava alla sua missione, hanno dimenticato che la povertà e il dolore non sono, cristianamente considerati, dei mali da scacciare ma delle preparazioni necessarie alla beatitudine, hanno dimenticato che il regno di questa terra non é il regno cristiano e che Cristo è venuto a redimere gli uomini non dalle ingiustizie sociali ma dal peccato originale.
E quando Leone XIII pubblicò la sua Enciclica Rerum Novarum, nella quale si deve vedere più un'abile mossa politica che un cangiamento sostanziale dell'indirizzo della Chiesa, egli non intese dare origine a una nuova azione dei cattolici, ma richiamare gli operai al rispetto per i padroni, già messo in pericolo dall'internazionalismo, ed i padroni a una maggiore umanità verso i lavoratori, i quali hanno pur diritto alla pietà.
Ma il Pontefice voleva un moto sentimentale, un cangiamento di spiriti, un addolcimento di rapporti, e non un moto di azione organizzata verso la disorganizzazione com'è divenuta oggi la democrazia cristiana. E allora i democratici cristiani hanno dato un senso a loro piacere alle parole del vecchio Papa, e mentre egli parlava di actio benefica in populum essi c'intendono sotto organizzazione operaia, cooperative, sindacati, aiuto agli scioperi e simili cose.
Così essi sono scesi nelle campagne e nelle città a far concorrenza ai socialisti, e hanno messo nel loro programma l'autonomia comunale, l'azione dello stato nelle cose sociali, il riposo festivo e molte di quelle proposte che appaiono nel programma minimo dei socialisti.
E da questi non son lontani nelle ultime intenzioni. Anch'essi, per quanto non vogliano confessarlo, sono dei collettivisti e dei nemici della proprietà privata. Essi vorrebbero sostituire a questa il sistema medioevale delle corporazioni, ricostituire quelle antiche organizzazioni chiuse e serrate, che impediscono ogni libertà di produzione e di commercio, che non tengono conto nè dei diritti dell'individuo né dell'utile del consumatore, che vorrebbero riportare la nostra economia industriale, fondata sulla concorrenza, sull'iniziativa, sulle grandi comunicazioni, alle piccole abitudini delle città medievali chiuse nelle loro mura e nei loro statuti.
Il mondo é cangiato enormemente negli ultimi secoli, i rapporti economici si son fatti più complessi e più liberi nello stesso tempo, l'individualismo dell'industria ha prodotti i suoi meravigliosi effetti, il libero scambio ha create nuovissime condizioni di lotta e questi improvvisati economisti vorrebbero riportarci dentro i cancelli delle corporazioni e le maglie dei sindacati.
E mentre vorrebbero unire strettamente gli individui nelle corporazioni vorrebbero spezzare le nazioni, e ricostituire quel pericoloso regionalismo ed anzi villaggismo, dal quale, per sua fortuna, l'Italia è uscita, non interamente, da breve tempo. Da una parte vorrebbero imprigionare la personalità, dall'altra frantumare la nazione. Essi sono nello stesso tempo antindividuali e antinazionali.
Essi fanno la guerra ai padroni che vorrebbero sottomettere alle prepotenze dei sindacati, fanno il male degli operai incitandoli alla ribellione e tentando di fasciarli colle funi delle corporazioni, corrodono il sentimento unitario colle loro mal celate aspirazioni repubblicane e federaliste. Mentre non sono affatto medievali nello spirito religioso e filosofico, vorrebbero ricondurre per mano il mondo al medioevo, come un ragazzo discolo che un uomo caritatevole riconduce alla casa paterna. Soltanto non si accorgono che questa casa è in rovine e che essi medesimi lavorano a distruggere quello che c'é ancora in esso di saldo, e che non vogliono stare nell'uniche stanze ancora abitabili.
Così la democrazia cristiana passerà come un sogno di economisti dalla corta veduta, di cattolici senza fede, e di agitatoti che preparano ad altri il trionfo. La Chiesa cerca ancora di tenerli con sé, di modificare il loro umore, di attenuare la loro opera insidiosa, ma essi, dopo le sottomissioni ufficiali, tornano a far come prima, e il giorno in cui si stancherà la loro ipocrisia o la pazienza della Curia essi dovranno uscire definitivamente dalla Chiesa. E allora, non avendo più il prestigio che dà l'abito, e non avendo ancora quello che dà il sanculottismo assoluto, essi saranno scacciati dai vecchi pastori mentre i nuovi pastori, i demagoghi socialisti, raccoglieranno i frutti della loro propaganda agreste.
Fra tante contraddizioni e tanti pericoli essi non possono durare, non possono essere nello stesso tempo cattolici e rivoluzionari, federalisti e italiani, viventi nel secolo ventesimo e desiderosi del medioevo, nemici dei socialisti e nemici dei borghesi. Essi non possono conciliare, anche coll'ingegno che qualcuno di loro possiede, queste inconciliabili attitudini. Bisogna o che rientrinò sinceramente e completamente nella Chiesa, o che gettino gli ultimi legami e divengano una frazione del partito socialista. Non faranno, probabilmente, né l'una cosa nè l'altra, e siccome sono scimmie vorranno imitare la media degli uomini e restare nel giusto mezzo. Soltanto si ricordino che nelle battaglie quelli che stanno in mezzo sono schiacciati senza pietà.
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